THE 100

NO, NON SONO LE SIGARETTE FORMATO XL

THE 100

La Legge di Murphy è una delle classiche cose che siamo stati abituati ad assimilare grazie alle immagini. Quando ne sento parlare o la ritrovo citata da qualcuno (Christopher Nolan ultimamente si è sbrodolato su se stesso a riguardo), il mio cervello propone sempre la stessa formula: GATTO + FETTA BISCOTTATA. Poi un pensiero va a Tom & Gerry, ma questo credo sia dovuto alla mia cattiva ossigenazione cerebrale.
La mente passa in rassegna tutte le fette biscottate della mia vita: rigorosamente spiaccicate sul pavimento, o sul pigiama, o sui tappeti, dal lato sbagliato. E poi chi di noi non ha mai immaginato il moto perpetuo del gatto con la fetta biscottata sul dorso? Un mix di burro, marmellata e palle di peli che rotolano sospesi nel vuoto manco fossero due Parà.
Mentre cerco di capire l’utilità sociale e fisica nell’unione di questi due improbabili amanti, penso che io sia fortemente attratta dall’ironia di queste leggi, soprattutto se servono ad adornare una sincera ventata di realismo (o pessimismo cosmico, dipende da voi).
L’assioma principale è quello secondo cui “se qualcosa può andar male, andrà male”. Al bando velleità, seghe mentali, speranze, illusioni e largo ai paradossi e, ovviamente, “sorridi! Domani sarà peggio”!
Cari TSS, vi starete chiedendo il perché di tutto questo preambolo per parlare di The 100, e io vi rispondo che le ragioni sono plurime: la puntata in cui si attiva quella che noi amiamo definire dipendenza da serie TV, a mio modesto parere, è la quarta della prima stagione e si intitola proprio Murphy’s Law; la seconda è che uno dei Cento si chiama Murphy (il cattivone della banda); at last but not least, ho avuto sin da subito la sensazione che tutta questa serie si ispiri proprio a queste leggi ed in particolare a quella secondo cui tutto sarebbe perfetto, tranne il consorzio umano.
In breve, il Pianeta Terra circa cento anni prima è stato devastato da una guerra nucleare (restando in tema Murphy, giustamente, “le cose vanno danneggiate in proporzione al loro valore”). Tralasciando riferimenti biblici dozzinali, un gruppo di umani, per salvarsi, va a vivere su Arca, un complesso di stazioni spaziali in orbita. L’unico elemento naturale che portano con loro come una sorta di promemoria della vita precedente, è un piccolo bonsai che, per un gruppo di fanatici religiosi, diventa (che paradosso..) il Dio da proteggere e pregare.
Su Arca si forma una vera e propria società con tanto di Cancelliere, Consiglio d’Amministrazione, leggi e sudditi indottrinati e ingenuamente fiduciosi.
Dopo un secolo passato a fissare la Terra da lontano, dato che “se un esperimento funziona, qualcosa è andato male”, il Noè della situazione, insieme alle sue coppie di furetti e liocorni, si accorge che l’ossigeno in orbita sta per finire e non c’è nulla che si possa fare.
Evitando spoiler, cento ragazzi perfettamente allineati con gli stereotipi da teen drama, dalle prigioni in cui erano detenuti per aver commesso crimini di opinabile talento, vengono sparati sulla Terra come cavie da laboratorio per testarne la vivibilità.
In totale onestà, ci sono alcune cose di questa serie che non mi hanno fatta totalmente impazzire, altre che trovo particolarmente sopraffini.
Partendo dal presupposto che The 100 è tratta dal romanzo omonimo di Kass Morgan che, aimè, non ho letto, ci sono elementi nell’idea generale che sprigionano autoreferenzialità senza ritegno. Per dirla in termini spartani, sembra una serie che parla di altre serie e film famosi. Inoltre, soprattutto durante le prime puntate, si percepisce una sensazione di stordimento da sbornia. È come se ci fosse troppo di tutto: troppi generi mescolati, troppe palesi citazioni.
Giusto per riportarne qualcuna senza svelare troppo, trovandoci in territorio di fantascienza apocalittica, si respira aria di Lost sin dalle prime battute (i survivors, l’ambientazione, le botole, la protagonista che sembra Jack Shephard, gli esseri ignoti che si aggirano nella foresta, le strane precipitazioni atmosferiche, la disperata necessità di costruire una stazione radio, e non vado troppo oltre).
The Walking Dead è riassunto nella figura di Finn che sembra preso e fotocopiato da Daryl con l’unica differenza che Finn, oltre a svolgere la funzione di segugio, ha una vita sessuale e, soprattutto, parla. Inoltre, la famosa serie ABC è citata spudoratamente in una scena in cui il leader dei 100, Bellamy, è sotto effetto di allucinogeni (vedere per credere).

The-100-season-2-episode-3-Bellamy

Tralasciando per un attimo il territorio serial, è impossibile non pensare ad Hunger Games. L’arrivo dei 100 sulla terra sembra un déjà vu e il centro di comando di Arca sembra la cabina di regia del broadcast televisivo. A mio avviso non è un caso che una delle prime battute della protagonista, Clarke (particolarmente somigliante a Katniss come personaggio), sia: “This is reality. Reality sucks!”. Sembra effettivamente un reality game. Ci troviamo anche qui in un gioco al massacro in cui, come esplicitato anche nel promo, bisogna difendersi soprattutto gli uni dagli altri.
Altro film a cui non ho potuto fare a meno di pensare è Avatar. Il nucleare ha creato non pochi cambiamenti ambientali sul pianeta e uno di questi si rivela nella luminescenza di alcuni animali. La luce sprigionata è di colore blu e perché non sfruttarla per creare momenti romantici? Lascio a voi altre considerazioni.
Citazioni a parte, ci sono elementi e momenti nella trama che trovo assolutamente poetici, ma di cui avrei sottolineato maggiormente l’enfasi. Il fatto che i 100 ragazzi non abbiano mai visto e calpestato la Terra prima d’ora, crea uno strano senso di claustrofobia e non appartenenza nello spettatore. Questo è coadiuvato anche dal fatto che i protagonisti chiamino “terrestri” gli abitanti di quella che per millenni è stata la loro casa e questa è forse l’unica grande trovata che provoca l’effetto di straniamento.
Nell’istante in cui i ragazzi toccano per la prima volta il suolo, c’è poco pathos e questo fornisce una duplice chiave di lettura. Rispetto alla vita asfissiante in orbita, i ragazzi sembrano finalmente a loro agio e quasi poco sorpresi delle sensazioni che provano per la prima volta (respirare aria vera, ad esempio). Se la lettura fosse questa, la resa sarebbe perfetta. D’altro canto, perché non rendere più avvincente un momento così fondamentale del plot? I ragazzi sembrano conoscere già tutto della Terra pur non avendoci mai vissuto: suona un pò strano e poco plausibile.
Eliminate le considerazioni forse noiose, The 100 sa assolutamente come rendere dipendente lo spettatore. I colpi di scena non sono affatto scontati e la loro resa è davvero perfetta. Il finale di ogni episodio fornisce la giusta dose di follia per finire l’intera stagione in una giornata e questo, per noi sociopatici da serie tv, è fondamentale.
I personaggi funzionano senza ombra di dubbio. È anche vero che, come recita lo spot del gratta e vinci, qui si vince facile. Sono stereotipi altamente consolidati e testati che sarebbe stato quasi impossibile fallire.
L’inizio alla Hunger Games aggiunge un altro valore alla serie che sembra composta da due trame intersecate ma parallele. Se su Arca restano i veterani noiosi e politicamente scorretti, sulla Terra il destino dell’umanità è affidato ai giovani. Per quei ragazzi che, rinchiusi nelle loro celle, sognavano di fuggire da quella realtà angusta, la punizione diventa la salvezza e la realizzazione di un sogno. Il nuovo mondo composto da piccole e grandi eroine e antagonisti è una comunità all’interno della quale, per diverse ragioni, sembra non ci sia più posto per chi è rimasto lassù.
Penso che la cosa davvero bella di questa serie sia data dal ribaltamento del valore iconico tra Cielo e Terra. Gran parte del pensiero religioso occidentale è intriso dell’idea che l’anima di un defunto salga verso il cielo. Qui il cielo si riempirà di anime e corpi vittime dell’assurdità delle leggi, qualcuno le scambierà per stelle candenti, alcuni piangeranno, altri si sentiranno finalmente al sicuro. Una cosa è certa, anziché salire, queste anime scenderanno. Un’immagine meravigliosa che potrebbe dare vita a molte riflessioni e che mi fa dire a tutti voi: premete play e lasciatevi sorprendere!

Standard

MOZART IN THE JUNGLE

ARIA DI PIFFERI IN CLIMA SANREMESE

Mozart-in-the-Jungle-2014-imagini-2

Qualcuno sostiene che la TV sia in qualche modo lo specchio della realtà che ci circonda; altri che sia la realtà a specchiarsi in essa; mostri sacri della teoria ne parlano come il più autoreferenziale dei media; io oggi voglio parlare della TV come il contenitore dei doppi sensi e delle battutacce per eccellenza. In questo preciso istante il popolo italiano si trova in una sorta di Triangolo delle Bermuda in cui venti fortissimi soffiano da qualsiasi punto cardinale. Lo tsunami che ne scaturisce è la risultante tra Sanremo, L’Isola dei Famosi e le serie tv da recuperare. Continue reading

Standard

TSS ON AIR

Domenica 1 febbraio alle ore 21 sarò ospite della trasmissione WE ONLY COME OUT AT SATURDAY NIGHT su Radio Città Aperta. Nella rubrica TV ON THE RADIO si parlerà del blog, di voi TSS, di serie tv e si ascolterà tanta bella musica.  Sintonizzatevi su 88.9 FM oppure andate sul sito http://www.radiocittaperta.it e premete play! Date un’orecchiata.. Vi aspetto!

Standard

TRANSPARENT

TRANSPARENT,
i Golden Globe e l’antidoto al fantasma del Natale passato

transparent-golden-globes-win

Sono da poco terminate le vacanze natalizie (per cui intendiamo il periodo di ingrasso che va all’incirca dal 23 dicembre al 6 gennaio). Ogni anno il Natale va preso a piccole dosi o, per lo meno, occorre affrontarlo con lo spirito giusto. Prepararsi un mesetto prima non serve, ci sarà sempre qualcosa che sconvolgerà i piani, la bilancia e la sanità mentale.
Il sociopatico da serie tv, in questo periodo, ha però una interessante variante sul solito percorso da coma alimentare e mentale nel quale le feste trovano il massimo del compimento: recuperare serie tv perse per motivi di tempo (la scusa di un TSS è solo il tempo).Il mio recupero in questione si intitola Transparent, una serie prodotta da Amazon Studios che si è appena aggiudicata il premio come miglior serie comedy ai Golden Globe 2015.Cominciamo a parlarne partendo dal teorema (che andremo a dimostrare) che sia una serie particolarmente natalizia; più che natalizia, oserei dire di matrice dickensiana. Continue reading

Standard

The Strain, a caldo.

The-Strain-2

“L’amore, vedi, è l’unica forza al mondo che non può essere spiegata, né ridotta ad una mera reazione chimica. È la luce…che ci guida verso casa quando non c’è più nessuno, ma anche la luce che impietosa svela la nostra sconfitta. La sua assenza ci priva di ogni piacere e della capacità di provare gioia. Rende le notti più scure e le giornate più cupe. Ma quando troviamo l’amore, non importa quanto sbagliato, misero o terribile, noi ci aggrappiamo ad esso.  È ciò che ci dona forza, è ciò che ci tiene in piedi. Si nutre di noi… e noi ci nutriamo di esso. L’amore è la nostra benedizione. L’amore è la nostra maledizione”. Continue reading

Standard

Serie Tv anni ’80

LE SERIE PERDUTE
NOSTALGIA CANAGLIA MADE IN THE 80s

A Michi, mi devi una cena messicana

Questo articolo, che dal titolo suona più come un necrologio, nasce come al solito da uno dei tanti improvvisati dibattiti passati davanti alla quarta birra di una serata passata a bere birra.
Uno degli interlocutori esordisce dicendo “ci sono serie che hanno disturbato la mia adolescenza”.
Fingendo una imperturbabile lucidità, ci accingiamo a scavare nel profondo di questa anima costernata perché, in fondo, ci rispecchiamo appieno in quelle poche ma efficaci parole (anche tu, vispo lettore al tuo quinto caffè, so che hai appena annuito).
Dunque è possibile farsi traviare l’adolescenza (e tutta la vita a seguire) da una serie TV? Magari traviare proprio no ma, in fin dei conti, noi non siamo gli stessi che cantano Mila e Shiro a squarciagola ogni volta che si presenta l’occasione? Che vanno ai concerti di Cristina D’Avena sbandierando l’evento manco fossero i Pink Floyd? Che facevano a gara a chi sapeva a memoria il rap della sigla de Il Principe di Bel-Air? Che almeno una volta, di nascosto magari, hanno provato a parlare con il cruscotto della Fiat Uno di papà sperando fosse stata posseduta da Kitt?
Caro lettore TSS, stai annuendo di nuovo. Continue reading

Standard

How To Get Away With Murder

COME COMMETTERE UN CRIMINE E FARLA FRANCA

 how-to-get-away-with-murder1

Dopo aver fatto qualche accenno sui generis riguardo ai “cattivi” nell’articolo precedente, oggi parliamo di una serie in cui identificare il villain di turno sarebbe pressoché inutile: a modo loro i protagonisti sono praticamente tutti dei gran fetenti.
Stiamo parlando di How to get away with murder, un titolo fottutamente bello, tanto per cominciare. In più lo apprezzo particolarmente per un’altra ragione, vista la moda di abbreviare i titoli con il loro acronimo, provate a pronunciare questo: HTGAWM.
La serie in questione è portatrice sana di ansia, non tanto per gli eventi narrati, quando per lo spaccato di società che ne fa da sfondo.
Si raccontano le vicissitudini di uno strepitoso avvocato, Annalise Keating, e di un gruppo molto ristretto di studenti universitari che lei stessa sceglie per supportarla nella risoluzione di alcuni casi.
Fin qui nulla di strano se non fosse che la serie è ambientata ai giorni nostri, periodo storico in cui le parole chiave per un’eventuale analisi sociologica spicciola sarebbero fretta, insonnia, arrivismo, corruzione, angoscia, inettitudine e chi più ne ha più ne metta. Continue reading

Standard